Carissimi/e Parrocchiani/e di Ravina e Romagnano,

Scarica il bollettino Insieme del 4/11/18 settembre

come avete saputo dagli organi di stampa diocesani, dall’11 settembre non sarò più vostro parroco. Sono stato poco in mezzo a voi e mi dispiace di non aver fatto conoscenza di tutti gli abitanti dei due sobborghi. In questo anno, con l’ausilio del mio padre spirituale, ho potuto continuare il discernimento sulla mia vocazione che mi ha portato a prendere la decisione di fare un periodo di prova con la possibilità di ritornare nella Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione da cui ero uscito per divenire prete della Diocesi di Trento.
È vero, sono rimasto poco, però, ho molte persone da ringraziare per la loro accoglienza e vicinanza. Non le nomino, perché sicuramente me ne scorderei qualcuna. Magari solo di una vorrei scrivere un ricordo, che è poi quello che mi aiuterà a ricordarvi tutti.
Il suo nome non lo scrivo, è un bambino di quattro anni, accontentatevi di una lettera puntata. D. è sempre a messa con i suoi genitori, certo seguiva la celebrazione a modo suo, magari ogni tanto giocando, ma è stato sempre in grado di farmi un enorme sorriso alla fine quando uscivo dalla sacrestia per andare sul sagrato. Veniva proprio a cercarmi per farmi questo suo grande regalo.
In questo bambino ho scorto il sorriso di Dio, la grande ricchezza delle nostre parrocchie. Come tutti sapete ormai, la situazione economica e di alcune strutture è deprecabile. Finché le nostre comunità avranno la ricchezza del sorriso di un bambino non c’è da temere: Dio c’è! La fede in Lui continuerà a germinare nel
campo delle parrocchie.
Io vi lascio, ma vorrei chiedervi un grande favore: state molto vicino a don Christian. Un caro amico che, vivendo tra voi, vi aiuterà a camminare verso altre rive, verso Dio che a volte sembra lontano, ma già abita i vostri cuori.
Concludo con un saluto che, per verità, ho rubato a san Francesco: “Il Signore vi benedica e custodisca.
Vi mostri il suo volto e abbia misericordia di voi. Rivolga a voi il suo sguardo e vi dia pace”.


Don Emanuele


Affidiamo al Signore don Emanuele perché possa intraprendere con fiducia e serenità il suo nuovo servizio trovando nella “sua
nuova gente” una famiglia che lo accolga con cuore aperto, libero e disponibile. Possa in essa essere fratello e amico con cui condividere le gioie e le fatiche della vita di ogni giorno, maestro e accompagnatore nella missione che gli sarà affidata.
Un augurio sincero e una preghiera speciale per un buon cammino, don Emanuele!
La comunità di Ravina Romagnano

“LA STRADA”, nuova Lettera del
Vescovo Lauro alla comunità.

Scarica il bollettino Insieme 21 e 28 agosto

FORZA
“Quando proposi la teoria della relatività, pochissimi mi capirono; e anche quello che rivelerò a te ora, perché tu lo trasmetta all’umanità si scontrerà con l’incomprensione e i pregiudizi del mondo. Vi è una forza estrema mente potente per la quale la scienza finora non ha trovato una spiegazione formale.
È una forza che comprende e gestisce tutte le altre, ed è dietro a qualsiasi fenomeno che opera nell’universo. Questa forza universale è l’Amore”. Parole straordinarie di un uomo straordinario. Albert Einstein le scriveva, stando ai critici, alla figlia Lieserl, in una lettera ai più poco nota, intrisa di evidenti seppur indiretti richiami biblici, filosofici (da Platone ad Aristotele, da Plotino a Sant’Agostino a Teilhard de Chardin) e ovviamente poetici: su tutti, in
particolare, il riferimento a Dante e all’ultimo approdo del Paradiso e
dell’intera Divina Commedia: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
Lo scienziato per antonomasia attribuisce all’amore lo stesso peso specifico
della forza di gravità. L’amore è ciò che ci tiene uniti al mondo, con i piedi
fieri di calcarne la terra. Di più, fa in modo – argomenta Einstein – che “le
persone si sentano attratte dalle altre”. “L’Amore – prosegue il grande fisico e
matematico – è luce, visto che illumina chi lo dà e chi lo riceve, è potenza
perché moltiplica il meglio che è in noi, e permette che l’umanità non si
estingua nel suo cieco egoismo. L’Amore svela e rivela. Per Amore si vive e si
muore. Questa forza spiega il tutto e dà un senso maiuscolo alla vita”. Einstein
conclude, rivolgendosi alla figlia: “Quando impareremo a dare e ricevere
questa energia universale, vedremo come l’A more vince tutto, trascende tutto
e può tutto, perché l’Amore è la quintessenza della vita”.
Sorprende questo tributo laico all’amore come chiave di lettura dell’esistenza.
In esso vi è già una risposta alla necessità di abitare pienamente la
complessità, senza timore di esserne soffocati.

Ecco “LA STRADA”

Scarica il bollettino Insieme del 31 luglio 7 e 14 agosto

nuova Lettera del Vescovo Lauro alla comunità. Un invito al coraggio ad abitare la complessità del reale e a vivere la vita nel segno della gratuità. Sul modello di Gesù di Nazareth.
COMPLESSITÀ
Il ritorno alla concretezza della vita con le sue immancabili luci e ombre è la prima sfida che abbiamo davanti. In un contesto dove la massificazione digitale produce letture dei fatti ridotte al bianco e al nero, la vera provocazione sta nel rifuggire i percorsi semplificati che allontanano dal dato di realtà, per intraprendere l’impegnativo itinerario di chi ha il coraggio di tornare ad assaporare il gusto della complessità.
Sempre più frequentemente si assiste alla creazione di uomini e donne “immagine” il cui accreditamento pubblico è indipendente dai loro comporta- menti e dalle loro parole. Non è chiesta loro alcuna coerenza.
Viceversa, la demolizione mediatica di altri avviene a prescindere dalla bontà delle loro argomentazioni e dalla loro rettitudine di vita. Non si entra nel merito delle questioni. Non si argomenta a partire da dati oggettivi. Tutto si riduce a slogan, luoghi comuni, capri espiatori, affermazioni senza possibilità di replica.
Ne deriva la necessità di evitare la delega del pensiero, l’appalto del discernimento alla lotteria dell’“infosfera”, una sorta di magma mediatico in cui tutto pare fondersi e perdere identità.
Serve una vera rivoluzione culturale che metta al centro la riscoperta dell’importanza dell’ascolto. Esso non è un processo meccanico e frettoloso, mordi e fuggi, ma uno stile di vita, un metodo esistenziale, la base – come ci rammenta Bonhoeffer – di ogni esperienza comunitaria.
Nella bulimia di immagini, l’ascolto porta l’attenzione sulla sostanza del messaggio, pone al centro – e lo dimostra bene la prima fase del…

Ecco “LA STRADA”, nuova Lettera del Vescovo Lauro alla comunità.

Scarica il bollettino Insieme del 10-17-24 luglio

Un invito al coraggio ad abitare la complessità del reale e a vivere la vita nel segno della gratuità. Sul modello di Gesù di Nazareth.
ALTERNATIVI
Se si chiedesse a un adulto qual è la strada migliore per arrivare da un punto ‘a’ a un punto ‘b’, non avrebbe tentennamenti. Ovviamente, risponderemmo d’istinto anche noi, la strada migliore ricalca la linea retta che unisce i due punti, quella che in meno tempo mi conduce alla meta.
Se la stessa domanda venisse fatta a un bambino, probabilmente la risposta sarebbe un’altra. La linea di congiunzione tra ‘a’ e ‘b’ difficilmente verrebbe tracciata col righello. Potrebbe invece diventare un lungo arzigogolo. Con lo stesso punto di avvio e il medesimo traguardo, ma attraverso percorsi alternativi. E ai dubbi dell’adulto sul perché mai quella dovrebbe essere la strada migliore, il bambino noterebbe con assoluta spontaneità: “Mi hai chiesto di individuare la strada migliore, non quella più veloce!”.
Abbiamo costruito autostrade fisiche e telematiche per facilitarci la vita, abbreviando giustamente i tempi dell’attesa. Volendo renderla più agevole, in realtà corriamo il rischio di appiattire la nostra esistenza.
Eliminando i saliscendi e i percorsi tortuosi, perdiamo l’opportunità di percorrere itinerari più stimolanti e gustare panorami affascinanti.
Abbiamo eletto noi stessi a metro di misura del vero e del buono, ritenendo inutile la fatica della ricerca, il gusto del confronto, la sorpresa della scoperta. La verità è pluriforme. Appartiene agli uomini e alle donne che declinano se stessi al plurale, amanti del noi.

Rifugge le scorciatoie e si alimenta con il volto e le impronte dei nostri compagni di viaggio.
NARRAZIONI
La riprova dell’allergia alla fatica della verità, la ritroviamo nella nostra storia più recente dove i virologi, da un giorno all’altro, sono stati sostituiti dagli strateghi militari e dai luminari della geopolitica. Le cronache drammatiche della guerra nel cuore dell’Europa hanno scalzato d’un colpo i bollettini quotidiani dell’emergenza sanitaria. Il conflitto ci consegna un pesantissimo carico di morte innocente e un dolore vagante stampato negli occhi di milioni di profughi. Tuttavia mentre plaudo allo slancio solidale delle nostre comunità, delle istituzioni e di tante singole persone, rilevo con enorme disagio e senso di impotenza il fatto che, a poco più di cento giorni dall’inizio della guerra, compare la noia e l’assuefazione: quelle icone di sofferenza si stanno, mano a mano, sfuocando.
La macchina della propaganda, i racconti dettati dagli interessi di parte, le ricostruzioni a tavolino spacciate per reportage dal fronte, le immagini avulse dal loro contesto rischiano di immergerci in un vortice spesso incontrollato di fake-news dove la verità cede il passo alla
mistificazione e alla falsità. Tornare al reale è la grande urgenza di quest’ora della storia, al di là di questa guerra e dei tanti conflitti dimenticati che fanno grondare sangue al pianeta. Come sempre accade, quando i fatti sono sottomessi alle parole, diventano chiacchiera, opinione, ipotesi, sensazione. La Chiesa stessa non è immune dalla concreta possibilità di decadere in mormorazione, idee astratte, dibattiti surreali, stantia ripetizione di riti e parole evanescenti. – continua…

Festa del Corpus Domini

Scarica il bollettino Insieme di giugno e luglio

«Fate questo in memoria di me». Per due volte l’apostolo Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto, riporta questo comando di Gesù nel racconto dell’istituzione dell’Eucaristia. E’ la testimonianza più antica sulle parole di Cristo nell’Ultima Cena.
«Fate questo». Cioè prendete il pane, rendete grazie e spezzatelo; prendete il calice, rendete grazie e distribuitelo. Gesù comanda di ripetere il gesto con cui ha istituito il memoriale della sua Pasqua, mediante il quale ci ha donato il suo Corpo e il suo Sangue. E questo gesto è giunto fino a noi: è il “fare” l’Eucaristia, che ha sempre Gesù come soggetto, ma si attua attraverso le nostre povere mani unte di
Spirito Santo.
«Fate questo». Già in precedenza Gesù aveva chiesto ai discepoli di “fare”, quello che Lui aveva già chiaro nel suo animo, in obbedienza alla volontà del Padre. Davanti alle folle stanche e affamate, Gesù dice ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13). In realtà, è Gesù che benedice e spezza i pani fino a saziare tutta quella gente, ma i cinque pani e i due pesci vengono offerti dai discepoli, e Gesù voleva proprio questo: che, invece di congedare la folla, loro mettessero a disposizione quel poco che avevano. E poi c’è un altro gesto: i pezzi di pane, spezzati dalle mani sante e venerabili del Signore, passano nelle povere mani dei discepoli, i quali li distribuiscono alla gente.
Anche questo è “fare” con Gesù, è “dare da mangiare” insieme con Lui. E’ chiaro che questo miracolo non vuole soltanto saziare la fame di un giorno, ma è segno di ciò che Cristo intende compiere per la salvezza di tutta l’umanità donando la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,48-58).

E tuttavia bisogna sempre passare attraverso quei due piccoli gesti: offrire i pochi pani e pesci che abbiamo; ricevere il pane spezzato dalle mani di Gesù e distribuirlo a tutti. Fare e anche spezzare!
Spezzare: questa è l’altra parola che spiega il senso del «fate questo in memoria di me». Gesù si è spezzato, si spezza per noi. E ci chiede di darci, di spezzarci per gli altri. Proprio questo “spezzare il pane” è
diventato l’icona, il segno di riconoscimento di Cristo e dei cristiani.
Ricordiamo Emmaus: lo riconobbero «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ricordiamo la prima comunità di Gerusalemme: «Erano perseveranti […] nello spezzare il pane» (At 2,42). E’ l’Eucaristia, che diventa fin dall’inizio il centro e la forma della vita della Chiesa. Ma pensiamo anche a tutti i santi e le sante – famosi o anonimi – che hanno “spezzato” sé stessi, la propria vita, per “dare da mangiare” ai fratelli. Quante mamme, quanti papà, insieme con il pane quotidiano, tagliato sulla mensa di casa, hanno spezzato il loro cuore per far crescere i figli, e farli crescere bene! Quanti cristiani, come cittadini responsabili, hanno spezzato la propria vita per difendere la dignità di tutti, specialmente dei più poveri, emarginati e discriminati! Dove trovano la forza per fare tutto questo? Proprio nell’Eucaristia: nella potenza d’amore del Signore risorto, che anche oggi spezza il pane per noi e ripete: «Fate questo in memoria di me».

Papa Francesco.

Festa della Santissima Trinità

Scarica il bollettino Insieme del 12 giugno

Oggi, festa della Santissima Trinità, il Vangelo di san Giovanni ci presenta un brano del lungo discorso di addio, pronunciato da Gesù poco prima della sua passione. In questo discorso Egli spiega ai discepoli le verità più profonde che lo riguardano; e così viene delineato il rapporto tra Gesù, il Padre e lo Spirito. Gesù sa di essere vicino alla realizzazione del disegno del Padre, che si compirà con la sua morte e risurrezione; per questo vuole assicurare ai suoi che non li abbandonerà, perché la sua missione sarà prolungata dallo Spirito Santo. Ci sarà lo Spirito a prolungare la missione di Gesù, cioè a guidare la Chiesa avanti.
Gesù rivela in che cosa consiste questa missione. Anzitutto lo Spirito ci guida a capire le molte cose che Gesù stesso ha ancora da dire. Non si tratta di dottrine nuove o speciali, ma di una piena comprensione di tutto ciò che il Figlio ha udito dal Padre e che ha fatto conoscere ai discepoli. Lo Spirito ci guida nelle nuove situazioni esistenziali con uno sguardo rivolto a Gesù e, al tempo stesso, aperto agli eventi e al futuro. Egli ci aiuta a camminare nella storia saldamente radicati nel Vangelo e anche con dinamica fedeltà alle nostre tradizioni e consuetudini.
Ma il mistero della Trinità ci parla anche di noi, del nostro rapporto con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, mediante il Battesimo, lo Spirito Santo ci ha inseriti nel cuore e nella vita stessa di Dio, che è comunione di amore. Dio è una “famiglia” di tre Persone che si amano così tanto da formare una sola cosa. Questa “famiglia divina” non è chiusa in sé stessa, ma è aperta, si comunica nella creazione e nella storia ed è entrata nel mondo degli uomini per chiamare tutti a farne parte.
L’orizzonte trinitario di comunione ci avvolge tutti e ci stimola a vivere nell’amore e nella condivisione fraterna, certi che là dove c’è amore, c’è Dio.
Il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio- comunione ci chiama a comprendere noi stessi come esseri-in-relazione e a vivere i rapporti interpersonali nella solidarietà e nell’amore vicendevole. Tali relazioni si giocano, anzitutto, nell’ambito delle nostre comunità ecclesiali, perché sia sempre più evidente l’immagine della Chiesa icona della Trinità. Ma si giocano in ogni altro rapporto sociale, dalla famiglia alle amicizie all’ambiente di lavoro: sono occasioni concrete che ci vengono offerte per costruire relazioni sempre più umanamente ricche, capaci di rispetto reciproco e di amore disinteressato.

Papa Francesco.

Solennità di Pentecoste

Scarica il bollettino Insieme del 5 giugno

Oggi celebriamo la grande festa della Pentecoste, che porta a compimento il Tempo Pasquale, cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo. La liturgia ci invita ad aprire la nostra mente e il nostro cuore al dono dello Spirito Santo, che Gesù promise a più riprese ai suoi discepoli, il primo e principale dono che Egli ci ha ottenuto con la sua Risurrezione. Questo dono, Gesù stesso lo ha implorato dal Padre, come attesta il Vangelo di oggi, che è ambientato nell’Ultima Cena. Gesù dice ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre».
Queste parole ci ricordano anzitutto che l’amore per una persona, e anche per il Signore, si dimostra non con le parole, ma con i fatti; e anche “osservare i comandamenti” va inteso in senso esistenziale, in modo che tutta la vita ne sia coinvolta.
Infatti, essere cristiani non significa principalmente appartenere a una certa cultura o aderire a una certa dottrina, ma piuttosto legare la propria vita, in ogni suo aspetto, alla persona di Gesù e, attraverso di Lui, al Padre. Per questo scopo Gesù promette l’effusione dello Spirito Santo ai suoi discepoli. Proprio grazie allo Spirito Santo, Amore che unisce il Padre e il Figlio e da loro procede, tutti possiamo vivere la stessa vita di Gesù. Lo Spirito, infatti, ci insegna ogni cosa, ossia l’unica cosa indispensabile: amare come ama Dio.
Nel promettere lo Spirito Santo, Gesù lo definisce «un altro Paraclito» (v. 16), che significa Consolatore, Avvocato, Intercessore, cioè Colui che ci assiste, ci difende, sta al nostro fianco nel cammino della vita e nella lotta per il bene e contro il male. Gesù dice «un altro Paraclito» perché il primo è Lui, Lui stesso, che si è fatto carne proprio per assumere su di sé la nostra condizione umana e liberarla dalla schiavitù del peccato.

Papa Francesco.

Domenica dell’Ascensione

Scarica il bollettino Insieme del 29 maggio

Il Vangelo di Luca ci mostra la reazione dei discepoli davanti al Signore che «si staccò da loro e veniva portato su, in cielo».
Non ci furono in essi dolore e smarrimento, ma «si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia». È il ritorno di chi non teme più la città che aveva rifiutato il Maestro, che aveva visto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, aveva visto la dispersione dei discepoli e la violenza di un potere che si sentiva minacciato.
Da quel giorno per gli Apostoli e per ogni discepolo di Cristo è stato possibile abitare a Gerusalemme e in tutte le città del mondo, anche in quelle più travagliata dall’ingiustizia e dalla violenza, perché sopra ogni città c’è lo stesso cielo ed ogni
abitante può alzare lo sguardo con speranza. Gesù, Dio, è uomo vero, con il suo corpo di uomo è in cielo! E questa è la nostra speranza, è l’ancora nostra, e noi siamo saldi in questa speranza se guardiamo il cielo.
In questo cielo abita quel Dio che si è rivelato così vicino da prendere il volto di un uomo, Gesù di Nazaret. Egli rimane per sempre il Dio-con-noi – ricordiamo questo: Emmanuel, Dio con noi – e non ci lascia soli! Possiamo guardare in alto per riconoscere davanti a noi il nostro futuro.

Nell’Ascensione di Gesù, il Crocifisso Risorto, c’è la promessa della nostra partecipazione alla pienezza di vita presso Dio.
Prima di separarsi dai suoi amici, Gesù, riferendosi all’evento della sua morte e risurrezione, aveva detto loro: «Di questo voi siete testimoni». Cioè i discepoli, gli apostoli sono testimoni della morte e della risurrezione di Cristo, in quel giorno, anche della Ascensione di Cristo. E in effetti, dopo aver visto il loro Signore salire al cielo, i discepoli ritornarono in città come testimoni che con gioia annunciano a tutti la vita nuova che viene dal Crocifisso Risorto, nel cui nome «saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati». Questa è la testimonianza – fatta non solo con le parole ma anche con la vita quotidiana – la testimonianza che ogni domenica dovrebbe uscire dalle nostre chiese per entrare durante la settimana nelle case, negli uffici, a scuola, nei luoghi di ritrovo e di divertimento, negli ospedali, nelle carceri, nelle case per gli anziani, nei luoghi affollati degli immigrati, nelle periferie della città… Questa testimonianza noi dobbiamo portare ogni settimana: Cristo è con noi; Gesù è salito al cielo, è con noi;

Cristo è vivo!
Papa Francesco.

VI Domenica di Pasqua

Scarica il bollettino Insieme del 22 giugno

Il Vangelo di questa VI domenica di Pasqua ci presenta un brano del discorso che Gesù ha rivolto agli Apostoli nell’Ultima Cena. Egli parla dell’opera dello Spirito Santo e fa una promessa: «Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Mentre si avvicina il momento della croce, Gesù rassicura gli Apostoli che non rimarranno soli: con loro ci sarà sempre lo Spirito Santo, il Paraclito, che li sosterrà nella missione di portare il Vangelo in tutto il mondo. Nella lingua originale greca, il termine “Paraclito” sta a significare colui che si pone accanto, per sostenere e consolare. Gesù ritorna al Padre, ma continua ad istruire e animare i suoi discepoli mediante l’azione dello Spirito Santo.
In che cosa consiste la missione dello Spirito Santo che Gesù promette in dono? Lo dice Lui stesso: «Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Nel corso della sua vita terrena, Gesù ha già trasmesso tutto quanto voleva affidare agli Apostoli: ha portato a compimento la Rivelazione divina, cioè tutto ciò che il Padre voleva dire all’umanità con l’incarnazione del Figlio. Il compito dello Spirito Santo è quello di far ricordare, cioè far comprendere in pienezza e indurre ad attuare concretamente gli insegnamenti di Gesù.

E proprio questa è anche la missione della Chiesa, che la realizza attraverso un preciso stile di vita, caratterizzato da alcune esigenze: la fede nel Signore e l’osservanza della sua Parola; la docilità all’azione dello Spirito, che rende continuamente vivo e presente il Signore Risorto; l’accoglienza della sua pace e la testimonianza resa ad essa con un atteggiamento di apertura e di incontro con l’altro.
Per realizzare tutto ciò la Chiesa non può rimanere statica, ma, con la partecipazione attiva di ciascun battezzato, è chiamata ad agire come una comunità in cammino, animata e sorretta dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo che fa nuove tutte le cose.

Papa Francesco.

V Domenica di Pasqua

Scarica il bollettino Insieme del 15 maggio

Il Vangelo di oggi ci conduce nel Cenacolo per farci ascoltare alcune delle parole che Gesù rivolse ai discepoli nel “discorso di addio” prima della sua passione. Dopo aver lavato i piedi ai Dodici, Egli dice loro: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Ma in che senso Gesù chiama “nuovo” questo comandamento?
L’antico comandamento dell’amore è diventato nuovo perché è stato completato con questa aggiunta: «come io ho amato voi», «amatevi voi come io vi ho amato». La novità sta tutta nell’amore di Gesù Cristo, quello con cui Lui ha dato la vita per noi. Si tratta dell’amore di Dio, universale, senza condizioni e senza limiti, che trova l’apice sulla croce. In quel momento di estremo abbassamento, in quel momento di abbandono al Padre, il Figlio di Dio ha mostrato e donato al mondo la pienezza dell’amore. Ripensando alla passione e all’agonia di Cristo, i discepoli compresero il significato di quelle sue parole: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».
Gesù ci ha amati per primo, ci ha amati nonostante le nostre fragilità, i nostri limiti e le nostre debolezze umane. È stato Lui a far sì che diventassimo degni del suo amore che non conosce limiti e non finisce mai. Dandoci il comandamento nuovo, Egli ci chiede di amarci tra noi non solo e non tanto con il nostro amore, ma con il suo, che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori se lo invochiamo con fede. In questo modo – e solo così – noi possiamo amarci tra di noi non solo come amiamo noi stessi, ma come Lui ci ha amati, cioè immensamente di più. Dio infatti ci ama molto di più di quanto noi amiamo noi stessi. E così possiamo diffondere dappertutto il seme dell’amore che rinnova i rapporti tra le persone e apre orizzonti di speranza. Gesù sempre apre orizzonti di speranza, il suo amore apre orizzonti di speranza.
Questo amore ci fa diventare uomini nuovi, fratelli e sorelle nel Signore, e fa di noi il nuovo Popolo di Dio, cioè la Chiesa, nella quale tutti sono chiamati ad amare Cristo e in Lui ad amarsi a vicenda.

Papa Francesco.